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Don Roberto Malgesini: la forza della presenza

La storia di don Roberto Malgesini: la scelta concreta di stare accanto agli ultimi, oltre le parole e senza cercare riflettori.

3 aprile 2026

Don Roberto Malgesini
Don Roberto MalgesiniLicenza: Licenza non indicata dalla fonte originale

Immagina l'alba a Como. Fa freddo, le strade sono ancora silenziose. E c'è un uomo che non sta cercando la prima pagina di un giornale, né una sfilata di applausi. Sta solo distribuendo la colazione a chi non ha una casa, a chi vive ai margini, a chi per molti altri è diventato invisibile.

Quell'uomo era don Roberto Malgesini. E il suo non era un gesto d'occasione, una parentesi domenicale per sentirsi a posto con la coscienza. Era la sua vita di tutti i giorni. Una presenza costante, concreta, fatta di ascolto e di sguardi reali. In un mondo abituato a parlare a vanvera di grandi principi, lui ha scelto di stare sul campo. Senza clamore.

Chi era

Per capire don Roberto bisogna partire da un dettaglio molto semplice: prima di diventare sacerdote, era un ragioniere. Nato a Morbegno il 14 agosto 1969, ha studiato, ha lavorato per qualche anno nel suo campo e poi ha maturato la vocazione.

Viene ordinato sacerdote il 13 giugno 1998 nella diocesi di Como. All'inizio fa il vicario parrocchiale prima a Gravedona e poi a Lipomo. Ma è dal 2008 che la sua strada prende una direzione ancora più precisa e intensa. Si sposta nell'area di San Rocco, a Como, e sceglie di dedicarsi interamente a chi vive ai margini.

Chi erano queste persone? Senza dimora, uomini e donne segnati dalle dipendenze, migranti, persone con fragilità psichiche, solitudini estreme. Don Roberto non si limitava a consegnare un aiuto materiale. Lui voleva conoscere i nomi, le paure, le abitudini, gli umori di ciascuno. Aveva uno stile schivo, quasi silenzioso. Non cercava la vetrina. Non voleva costruire un'immagine pubblica. Aveva capito che la carità vera non è dare qualcosa dall'alto in basso, ma riconoscere qualcuno prima del suo problema.

Il punto di svolta

Stare ogni giorno a contatto con la marginalità estrema non è una passeggiata. Ci sono le paure, i malumori, le tensioni stradali, i problemi burocratici e umani che rischiano di travolgerti. Ma don Roberto non ha mai fatto di questa sua scelta una battaglia ideologica o uno slogan mediatico. Continuava a fare quello che riteneva giusto, anche quando la sua presenza poteva creare incomprensioni o qualche fastidio.

La difficoltà non lo faceva arretrare. La sua era una fedeltà quotidiana: la colazione all'alba, la pazienza con chi si ripresentava con lo stesso bisogno, la disponibilità ad ascoltare situazioni complicate e senza soluzione immediata. Un modo di vivere che richiedeva molta disciplina interiore.

Poi è arrivato il 15 settembre 2020. A Como, durante il suo servizio mattutino verso i poveri, don Roberto è stato ucciso. A colpirlo è stata una persona senza dimora con problemi psichici, una di quelle persone che lui conosceva bene e frequentava da tempo.

La notizia ha colpito profondamente l'Italia per il contrasto umano che portava con sé: un sacerdote che perde la vita nel cuore del suo servizio ai più fragili. Papa Francesco lo ha ricordato come "testimone della carità verso i più poveri". Ma la sua memoria non si è fermata alla cronaca. Ha continuato a produrre frutti: testimonianze, iniziative concrete, luoghi intitolati al suo nome.

Nel marzo 2026, il Dicastero delle Cause dei Santi ha concesso il nihil obstat all'avvio del processo di beatificazione nella diocesi di Como. Un passaggio ufficiale che conferma quanto la sua testimonianza continui a parlare al presente.

Cosa possiamo prendere da lui

Che cosa dice la storia di don Roberto alla tua vita di tutti i giorni? Moltissimo, anche se fai un mestiere completamente diverso.

Primo: la concretezza vince sulla retorica. Oggi siamo sommersi da parole, dichiarazioni d'intento e immagini curate nei minimi dettagli. Don Roberto ci ricorda che il valore di quello che fai si misura quando non ci sono riflettori ad inquadrarti. Ci insegna a vedere la persona prima dell'etichetta.

Secondo: la continuità è la vera forza. È facile entusiasmarsi per una causa per un giorno e poi mollare quando arrivano le difficoltà o la routine. Don Roberto non viveva di fiammate emotive. Aveva metodo e costanza. C'era anche quando era scomodo, ripetitivo o invisibile.

Terzo: fare spazio agli altri. In una società che spinge a misurare tutto in base all'utile immediato e al successo personale, la sua traiettoria propone un'altra metrica. Il valore della tua vita si misura anche da quanto spazio sai fare agli altri, nella tua professione come nelle tue relazioni.

La coerenza non è uno slogan da sventolare, è la scelta quotidiana di rimanere fedeli al bene possibile.

Riferimenti

Questo contenuto è stato realizzato a partire da fonti reali e autorevoli, con il supporto dell’intelligenza artificiale generativa e la supervisione della redazione.

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